Intervista a Maide
Maide, 18 anni e una mission: in Inghilterra, tata di 5 bimbi
Maide Barisciano, 18enne di San Giacomo, racconta a Primonumero.it la decisione di partire alla volta di Manchester per imparare l’inglese in modo “diverso”, da ragazza “alla pari”, o meglio ancora da Aupair. «Tramite l’agenzia di Paola Palombino – dice – ho preso i contatti con la famiglia che mi ha ospitato». E’ partita così quella che si è trasformata in un’esperienza «altamente formativa», durante la quale Maide ha ricoperto i panni della baby sitter tuttofare. «Con la Nanny (“tata”, ndr) – dice – badavamo ogni giorno ai cinque figli di Katy e Mark. Un modo per responsabilizzarmi, ma anche per imparare la lingua».(www.primonumero.it)
Termoli. «Mi piaceva l’idea di fare l’esperienza di “ragazza alla pari”»: esordisce così Maide Barisciano. «E poi il desiderio di imparare la lingua era così forte che ho pensato che magari, partendo come Aupair, quindi vivendo 24 ore su 24 in una english family, avrei avuto molte più opportunità di apprendere la lingua, ma allo stesso tempo di conoscere le abitudini e la cultura di chi mi ha ospitato. E in fondo così è stato». Rientrata in Italia da pochissime settimana dopo aver trascorso l’intera estate in Gran Bretagna, precisamente a Manchester, Maide, studentessa del liceo scientifico Alfano, racconta a Primonumero.it la sua esperienza.
Quando hai deciso di partire come “ragazza alla pari”?
«Più o meno a maggio. Premetto che a me è sempre piaciuto viaggiare. Poi avevo sentito parlare della possibilità di partire con il work&travell. Da lì, invece, ho scoperto l’alternativa: un viaggio da ragazza Au pair. Mi sono messa in contatto con l’agenzia di Paola. All’inizio ero un po’ titubante, soprattutto perché sarei partita da sola. Però alla fine mi sono convinta, in fondo volevo provare qualcosa di diverso. Subito si è attivata la ricerca di una famiglia “adatta a me”. Una volta individuata ho preso i contatti, sempre tramite l’agenzia di Paola che mi ha seguita passo passo, con i genitori dei bambini. Ci siamo prima sentiti via mail. Poi telefonicamente. Alla fine, pianificata ogni cosa, i primi di giugno sono riuscita a partire».
Ci spieghi cosa vuol dice ragazza alla pari?
«Au pair vuol dire che tu vivi per l’appunto “alla pari” all’interno di una famiglia e in cambio di vitto, alloggio e di una "paghetta settimanale" dai il tuo contributo in casa. Per partire ovviamente devi "rispondere" a dei precisi prerequisiti. Ogni giorno sei impegnato fino alle 18 circa e hai il week end libero».
Sei partita per dove?
«Per Manchester. E’ lì che abita la famiglia che mi ha ospitato. All’aeroporto Katy e Mark sono venuti a prendermi. Poi l’arrivo a casa e… lì ho conosciuto i loro bambini. Cinque figli tra cui due gemelli di un anno! I genitori dei piccoli gestiscono una grandissima catena di distribuzione. Lei ha studiato a Oxford, e in realtà ho scoperto alla fine del mio viaggio che parlava anche un po’ di italiano, lui ha fatto anche l’attore».
Cosa hai pensato al tuo arrivo?
«All’inizio ero un po’ disorientata. Poi piano piano ho cominciato ad ambientarmi. Assieme a me, ad occuparsi dei bambini, c’era anche la Nanny, la tata! Insomma, in poco tempo ho imparato ad adeguarmi ai ritmi della famiglia. Sveglia alle 7, poi colazione, la scuola… ma devo dire che i bambini erano buonissimi, nonostante fossero cinque, non mi hanno mai creato difficoltà».
Parlavi in inglese a casa?
«Sì. E questa è l’aspetto più interessante. Non solo perché hai modo di attuare dei veri e propri scambi culturali, nel senso che c’è un confronto aperto tra la tua cultura e quella di chi ti ospita, ma allo stesso tempo, vivendo 24 ore su 24 con una famiglia straniera, sei tra virgolette costretto a farti capire, quindi a parlare nella lingua di chi ti ospita».
Come descriveresti Katy e Mark?
«All’inizio mi sono sembrati freddi. Poi però mi sono dovuta ricredere. Sono stati gentilissimi con me. La cosa bella è che, nonostante i miei 18 anni, loro erano sempre molto interessati a quello che dicevo. Abbiamo parlato di molte cose. Anche dell’Italia e della situazione lavorativa che caratterizza l’Italia».
E cosa hanno detto in merito?
«Beh, hanno avuto qualche difficoltà a immedesimarsi nelle problematiche che affliggono oggi il nostro Paese. Mi hanno fatto capire che in Inghilterra le cose funzionano un po’ meglio rispetto all’Italia e i giovani hanno più sbocchi».
Tu cosa pensi a riguardo?
«Diciamo che per il mio futuro universitario non escludo di andare all’estero. Mi piacerebbe. Soprattutto penso che avrei più opportunità».
Tornando invece alla tua english life… qualche curiosità?
«Sì, certo! Ad esempio quando ho fatto la chef! Ho cucinato piatti da leccarsi i baffi (ride, ndr): lasagne, cannelloni, gnocchi. Stranamente la famiglia che mi ha ospitata non era amante della pizza... ma alla pasta non hanno saputo resistere. Comunque a parte tutto il bello è proprio questo: che si crea uno scambio a 360 gradi!».
Durante il tuo soggiorno hai conosciuto altre ragazzi Au Pair come te?
«Sì. Ma tutte straniere. Italiane zero! Invece ho stretto tanto con alcune ragazze francesi. Poi, grazie alla famiglia che mi ospitava ho conosciuto tutto il vicinato. Insomma non sono mai stata mai sola».
Ma come mai le famiglie, soprattutto all’estero, si affidano alle ragazze alla pari?
«Per la lingua. Grazie a Au pair avviene uno scambio completo. Un do ut des che investe sia la ragazza/o che viene ospitata/o, ma anche chi ospita, che in questo modo può migliorare la lingua straniera con una madrelingua».
Il tuo rientro in Italia com’è stato? Sei rimasta in contatto con la famiglia che ti ha ospitata?
«Mi sono dovuta riabituare ai nostri ritmi. Per il resto… sì, certo che ci sentiamo. Via mail o via skype. Katy ha anche conosciuto mia madre! Adesso vorrebbero venirmi a trovare. Diciamo che quando gli ho parlato di San Giacomo e di Termoli si sono subito documentati. Magari verranno a Pasqua dell’anno prossimo».



